IN UN CENTRO STORICO

Molto spesso capita, passeggiando per le strade del centro storico di Altamura, soprattutto verso ora di pranzo, di incontrare delle anziane signore sedute sull’uscio di piccole case e di sentire, da qualche altra porta o finestra, l’acciottolare dei piatti quasi pronti per essere messi in tavola.

Di notte, l’architettura, avvolta nel silenzio, si mostra nuda in tutta la straordinaria bellezza.

Il centro storico finisce per adattarsi meglio alle dinamiche della società che cambia, in alcuni casi ancor meglio delle città moderne, schiave della griglia e dello standard. In un centro storico, le piazze continuano ad essere luoghi di incontro, invece, solo in casi rari, nella moderna progettazione, i luoghi di aggregazione non diventano che vuoti urbani.

I luoghi sono come le persone. In un centro storico le persone possono aggregarsi, sviluppare una comunità. L’architettura agisce in silenzio, permette le dinamiche sociali in base ai rapporti dimensionali che assume il suo spazio e alle funzioni che ospita al suo interno. Il costruito ed il non costruito hanno lo stesso valore di materia. Pieno e vuoto. Luce ed ombra. E segnano il destino della gente. Le strade in un centro storico sono strette, questo implica l’avvicinarsi. Le case del centro storico di Altamura sono per lo più alte due piani e, in molti punti si aggregano a formare una specie di cerchio all’interno del quale il valore del vuoto è da sempre spazio collettivo, familiare, comune. Appunto, il claustro. All’interno delle case gli spazi voltati costruiscono una condizione dell’abitare che si sta ormai dimenticando e al piano terra resiste ancora, come un miracolo, qualche bottega ancora aperta. Ci sono artisti o artigiani che cercano di sopravvivere ai radicali cambiamenti della rivoluzione industriale. Si lavora il cuoio, il ferro, il legno; spesso si recupera. Ci si ritrova.

Appena fuori dalle vecchie mura si comprende la condizione di spaesamento apatico, distratto, del cittadino della metropoli moderna, una condizione in cui la facoltà umana dell’abitare sembra atrofizzata in conseguenza ad una vera e propria operazione di lobotomia.

Appena fuori dalle mura storiche le case si allontanano. La città moderna sembra quasi implicare l’allontanarsi. I condomini sono alti anche cinque, sei, a volte anche sette o otto piani. Le strade hanno una larghezza di sette, otto metri, a volte anche dieci.

Nella città post-industriale occupiamo temporaneamente scatole di cemento preconfezionate senza renderci conto degli effetti che questo ha sul quotidiano in termini di relazioni sociali. Non abitiamo più. Occupiamo. Temporaneamente.

Non è una visione nostalgica rivolta al passato, nemmeno una distopica avente lo scopo di demolire il presente. Non è nemmeno solo un racconto di strade o piazze. Piuttosto la volontà di ricercare un nuovo equilibrio, avvertito dalla necessità di recuperare il senso dell’abitare la casa, lo spazio comune, il patrimonio che stiamo dimenticando.

Questo, dunque, è forse e, soprattutto, un lavoro sulla tutela la valorizzazione e la conservazione dell’uomo.

 

di Pietro Colonna

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